Ritiriamo la delega

di Giancarlo Graziani

Oggi un cartello sbilenco segna la fine del nostro piccolo paese.
Prima del terremoto L’Aquila era una città poco conosciuta, spesso scambiata con Pescara, oggi è la città distrutta dal terremoto, la città della casa dello studente.
Prima del terremoto Cese di Preturo era una piccola frazione nella vasta costellazione del comune di L’Aquila, oggi è il centro della new town delle mitiche casette.
A molti sembrerà egoistico che noi si guardi con sospetto e preoccupazione alla costruzione di queste nuove abitazioni considerando che ci sono molte persone che la casa non ce l’hanno più e oggi vivono in una tenda, ma noi vorremmo far riflettere tutti sul fatto che alla base del dolore di chi guarda le macerie della propria casa e della rabbia di chi guarda il campo di grano aggredito dai bulldozer c’è lo stesso profondo sentimento che nasce dal legame speciale che gli esseri umani stabiliscono con l’ambiente sociale e urbano che vivono quotidianamente.

Questo assurdo progetto di costruire dei moduli abitativi prefabbricati e, poi, riassemblati in enormi blocchi di 10.000 metri cubi distruggerà per sempre il pregiato territorio a nordovest della città, allenterà sempre di più il legame tra la città antica e i cittadini deportati in queste periferie rurali urbanizzate a forza, cancellerà sempre di più l’identità di L’Aquila.
C’è voluto il primo picchetto del cantiere per convincere anche i più scettici che la bieca macchina si era messa in movimento.
Ci sono volute le prime trincee scavate come burro dalle enormi ruspe a ricordare quali ferite irreversibili si stavano aprendo.

Ci sono voluti i primi getti di cemento a spiegare agli occhi quanto la parola “casette” fosse solo un inganno consegnato per sempre ai ricordi e all’armamentario patetico di un’informazione di propaganda. Moduli abitativi sarà il nuovo conio del terremoto di questa era.
Gli aerei, i bulldozer, gli elicotteri, i camion e le gru che da oltre un mese riempiono lo spazio fisico e acustico di questo territorio, assomigliano sempre più ad un assedio piuttosto che ad una brulicante e frenetica attività di ricostruzione.

 Nell’atteggiamento di chi subisce tutto questo c’è rassegnazione e non speranza, paura e non fiducia.
C’è bisogno della collaborazione di tutti per riprenderci il controllo della nostra vita e del nostro territorio.
Bisogna ricostruire la città ma anche il legame fra tutti gli aquilani e bisogna risvegliare la coscienza critica e la voglia di partecipare per incidere sul nostro futuro.
 

L’emergenza deve finire, la delega va ritirata.

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